Le divinità minori

Attorno alle quattordici maggiori divinità greche esisteva un gran numero di divinità in sott'ordine, alcune semplici simboli, altre dotate di una personalità più definita, specie di geni o di demoni, nell'immaginare i quali la fantasia greca non si pose limiti. Un numeroso gruppo di divinità femminili, per la maggior parte figlie di Zeus, sta attorno al signore degli dei e, in un certo senso, rappresenta i vari aspetti del mondo umano e dell'ambiente naturale sui quali egli esercita la sua autorità. Tra queste la maggiore è senza dubbio Temi, la giustizia, che fu anche mogli e di Zeus, e che simboleggia non solo la giustizia umana ma, anche l'ordine che dirige la natura. Sue figlie, infatti sono le Ore che, dall'insieme dei vari miti, risultano essere sei divinità preposte all'ordine naturale e umano. Tre di loro, infatti, sono dee delle stagioni: Tallò, la fioritura; Auxò, lo sviluppo; Carpò, la fruttificazione. Le altre tre dirigono invece la buona convivenza umana: Eunomia, la saggia legislazione; Diche, la giustizia e Eirene, o Irene, la pace.

Un'altra espressione della giustizia è Astrea, "la stellare", considerata da alcuni figlia di Zeus e Temi, la quale, dopo avere vissuto fra gli uomini nei tempi più remoti, sarebbe stata assunta in cielo e trasformata nella costellazione della Vergine.

Le tre Grazie o Cariti, dee di tutto ciò che è bello nella natura e nell'arte, erano figlie di Zeus e dell'oceanina Eurinome; le Muse, protettrici di arti e di scienze, erano figlie di Zeus e di Mnemosine, figlia di Urano. Sede preferita delle Muse era il monte Elicona, nella Beozia, dove erano le due celebri fontane a loro sacre: l'Ippocrene e l'Aganippe.

Una divinità che stava spesso vicina a Zeus e ad Atena era Niche, la vittoria, raffigurata come una fanciulla alata. E alata era anche Iride, messaggera degli dei prima che lo divenisse Ermes. Ella infatti era la personificazione dell'arcobaleno, che unisce il cielo alla terra.

In parte indipendenti da Zeus erano le Moire o, come le chiamavano i Romani, le Parche, che sovrintendevano ai destini umani. Poichè esse eseguivano i decreti del Fato, Zeus non aveva una completa autorità su di loro, sebbene talora potesse intervenire modificando almeno in parte la loro azione. In sostanza, però, avveniva sempre quello che era stato decretato. Secondo il mito ognuna delle tre Moire aveva un compito: Cloto filava il filo della vita di ogni mortale. Lachesi ne stabiliva la lunghezza e Atropo, infine, lo tagliava.

Dal Fato dipendevano anche due divinità astratte: Ananche, la fatalità, e Adrasteia, l'ineluttabilità, nei riguardi delle quali Zeus poco poteva fare. Egualmente astratta era Tiche, il caso o la fortuna, raffigurata in genere con il corno dell'abbondanza. I Greci la onoravano molto perchè sapevano che tutta la loro esistenza, in fondo, dipendeva assai più dal caso imperscrutabile che dalla volontà degli dei.

Meno astratta e più vicina al signore dell'Olimpo era Nemesi, la vendetta divina provocata dalle colpe degli uomini, che i Greci si rappresentavano come una fanciulla silenziosa e austera.

Vi era poi un gruppetto di piccole divinità che, in fondo, rappresentavano solo personificazioni di poeti e non furono mai riconosciute dal popolo. Così Arete, la virtù, Dicaiosune, la giustizia, Nomos, la legge, Aidos, la modestia, e varie altre, tutte rappresentate in forma di gentili fanciulle.

Assai più consistenti, fra queste divinità minori che Zeus aveva sempre più o meno vicine rappresentando esse aspetti della sua stessa personalità o del mondo umano a lui soggetto, erano Ebe, dea della giovinezza, che, appunto perchè eternamente fanciullina, aveva l'incarico di far coppiera agli dei, quando non diveniva addirittura una piccola cameriera, e Ilizia, che assisteva le donne quando stavano per divenire madri, e, come tale, era piuttosto al seguito di Era che non a quello del suo sposo. Entrambe erano figlie di questa coppia divina.

Infine dobbiamo ricordare, tra tutte queste belle fanciulle (escluse tuttavia le Moire, che erano vecchie e brutte): due ragazzi, Ganimede, bellissimo giovinetto, figlio del re figio Too, rapito da Zeus per la sua bellezza e reso immortale col compito di sostituire Ebe nel mescere agli dei nettare e ambrosia; e Momo, un ragazzaccio bruttissimo, personificazione dello scherno.